Una settimana che, ogni anno, ci chiede di fermarci, di guardare indietro e di interrogarci su ciò che è stato. Non per rimanere prigionieri del passato, ma perché ricordare è l’unico modo che abbiamo per non ripetere l’orrore.
Nel nostro piccolo, anche noi vogliamo dedicare uno spazio a questa Memoria.
Uno spazio di ascolto, di rispetto, di consapevolezza. Perché ciò che è accaduto non può essere relegato a una data sul calendario, né affidato solo ai libri di storia.
Nel corso di questi giorni porteremo all’attenzione dei lettori le voci di alcuni degli ultimi testimoni diretti della Shoah: uomini e donne che hanno attraversato Auschwitz e Birkenau e che, da decenni, continuano a raccontare ciò che hanno vissuto.
Le loro parole, raccolte nel tempo attraverso testimonianze, interviste e trasmissioni, sono un patrimonio fragile e prezioso, che non può andare perduto.
Dedicheremo le rubriche di questa settimana a loro. Ai loro racconti, alle loro riflessioni, alla responsabilità che sentono — e che ci affidano — di non permettere che tutto venga dimenticato dopo di loro. Accanto alle testimonianze, proporremo anche libri da leggere e film da vedere, strumenti per continuare a conoscere e comprendere.
Non sarà una narrazione facile. Ma è necessaria.
Perché la Memoria non è solo ricordo: è una scelta quotidiana. Ed è una responsabilità che, oggi più che mai, appartiene a ciascuno di noi.
Oggi vogliamo dare voce a chi ha visto con i propri occhi ciò che non dovrebbe mai essere dimenticato.
Iniziamo da Sami Modiano, sopravvissuto ad Auschwitz-Birkenau, testimone instancabile di una storia che pesa come una responsabilità.
Sami Modiano uno degli ultimi
sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau.
sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau.
Nato a Rodi, allora territorio italiano, fu deportato nel 1944 quando era ancora un ragazzo. Con la deportazione perse la sua famiglia e venne strappato definitivamente alla sua infanzia.
La sua storia è quella di molti ebrei italiani travolti dalle leggi razziali e dalla persecuzione nazista.
Dopo la liberazione, come molti sopravvissuti, Modiano scelse per anni il silenzio. Non era una dimenticanza, ma una ferita aperta. Parlare significava rivivere, e per lungo tempo questo non fu possibile.
Solo con il passare degli anni maturò in lui la consapevolezza che il silenzio poteva trasformarsi in oblio, e che la Memoria aveva bisogno di essere affidata alle parole.
Da allora ha iniziato a testimoniare pubblicamente, soprattutto nelle scuole. Nei suoi incontri racconta la deportazione, la perdita della famiglia, l’annientamento della dignità umana nei campi di sterminio. Ma racconta anche il dopo: la difficoltà di tornare a vivere, il peso dei ricordi, la responsabilità di chi è sopravvissuto.
Sami Modiano torna spesso ad Auschwitz insieme agli studenti. Lo fa perché sa di essere tra gli ultimi testimoni diretti e perché ritiene fondamentale che i luoghi parlino ancora, quando le voci non ci saranno più. In più occasioni ha sottolineato che la Memoria non è automatica: va scelta, difesa, trasmessa.
Il messaggio che affida ai giovani è chiaro e costante: la Memoria non può morire con chi ha vissuto quell’orrore. Quando i testimoni diretti non ci saranno più, toccherà a chi ascolta oggi continuare a raccontare e a vigilare.

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