Ci sono canzoni che non appartengono solo alla musica, ma al tempo in cui viviamo. Donna di Mia Martini è una di queste. Non nasce per piacere, non cerca consenso facile: nasce per dire, per scuotere, per mettere davanti a una realtà che spesso si preferisce ignorare.
Il brano viene scritto da Enzo Gragnaniello e pubblicato nel 1989, in un momento delicato della carriera di Mia Martini, segnata da lunghi silenzi, pregiudizi e ritorni coraggiosi. È una canzone dura, essenziale, priva di abbellimenti inutili, proprio come il tema che affronta.
Un testo che non chiede permesso
Donna racconta la condizione femminile senza filtri: la violenza fisica, quella psicologica, l’umiliazione quotidiana, la solitudine che spesso accompagna chi subisce. Non c’è retorica, non c’è pietismo. C’è uno sguardo diretto su una società che giudica, possiede, ferisce.
È una canzone che non consola, ma accusa. Accusa una cultura che normalizza il dolore, che trasforma il corpo femminile in territorio di conquista, che chiede silenzio invece di giustizia. E lo fa con parole semplici, quasi scarne, proprio per renderle impossibili da ignorare.
La voce giusta, nel corpo giusto
Se Donna è diventata un brano così potente, il merito è anche — e soprattutto — di chi l’ha interpretata. Mia Martini non canta questa canzone: la attraversa. La sua voce, fragile e fortissima allo stesso tempo, porta dentro la propria storia personale fatta di esclusioni, ferite, incomprensioni.
Mimì conosceva il dolore, e forse per questo riesce a restituirlo senza artifici. Ogni parola sembra pesare, ogni pausa diventa significativa. Non c’è rabbia urlata, ma una sofferenza composta che colpisce ancora più a fondo. È la voce di chi ha visto, vissuto, resistito.
Un brano ancora necessario
A distanza di decenni, Donna resta incredibilmente attuale. Cambiano i contesti, cambiano i linguaggi, ma il nucleo del problema resta. Riascoltarla oggi significa ricordare che la musica può essere anche responsabilità, memoria, impegno civile.
Mia Martini, con questa interpretazione, non ha solo lasciato una grande canzone: ha lasciato un segno. Un invito a non voltarsi dall’altra parte. Un promemoria scomodo, ma necessario, che continua a parlare a chi ha il coraggio di ascoltare davvero.

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