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lunedì 16 febbraio 2026

OLIVER PATCH PROJECT: QUANDO UNA CICATRICE SMETTE DI ESSERE UNA FERITA E DIVENTA IDENTITÀ

oliver patch project
Immagine creata artificialmente a scopo illustrativo

Oliver Patch Project: quando una cicatrice smette di essere una ferita e diventa identità

Per un bambino, il corpo è una mappa ancora tutta da esplorare. È il luogo del gioco, del movimento, della scoperta. Quando arriva la malattia, quella mappa cambia improvvisamente: aghi, segni, cicatrici raccontano una storia che nessun bambino dovrebbe conoscere così presto.
È da questa frattura che nasce Oliver Patch Project, un’organizzazione non profit registrata negli Stati Uniti d'America e con sede a Miami, in Florida.

La storia comincia nel maggio 2020, quando a Oliver Burkhardt viene diagnosticata la leucemia. I suoi genitori cercano un modo per aiutarlo ad affrontare le cure, non solo dal punto di vista medico ma anche emotivo. Chiedono ad amici e conoscenti di inviargli patch colorate, simboliche, da applicare su una giacca. Ogni toppa diventa un segno di incoraggiamento, un messaggio cucito addosso: “Non sei solo”.
Quello che nasce come un gesto d’amore privato si trasforma presto in qualcosa di molto più grande.

Oggi il progetto offre gratuitamente giacche, zaini o borse personalizzate ai bambini e ai giovani in cura oncologica. Sono loro a scegliere le patch: simboli, colori, passioni, sogni. Ogni toppa rappresenta un traguardo, un momento attraversato, una tappa del percorso. Non è un premio. Non è un trofeo. È un modo per ridare voce al bambino, permettendogli di scegliere come raccontarsi.
In un contesto in cui tutto è spesso deciso da altri – orari, terapie, regole – la patch diventa una piccola ma preziosa forma di controllo: questa è la mia storia, e la racconto io.

Dal 2020 a oggi, l’iniziativa ha raggiunto migliaia di bambini in tutti i 50 stati americani. Le patch vengono inviate mensilmente per un anno, creando una continuità simbolica durante il percorso di cura. Esiste persino una giornata dedicata, il National Patch Day, celebrato il 24 giugno, per sensibilizzare e coinvolgere comunità e sostenitori.
Molti bambini faticano a mostrarsi dopo le cure. Le cicatrici possono diventare motivo di imbarazzo, di silenzio, di isolamento. Le patch cambiano questa dinamica: trasformano ciò che potrebbe essere nascosto in qualcosa da mostrare.
Indossarle significa dire: “Ho attraversato qualcosa di difficile, e sono ancora qui.
Non cancellano il dolore, ma lo trasformano in forza visibile. Diventano un linguaggio condiviso tra bambini che si riconoscono, anche senza parlare. Un segno di appartenenza che rompe la solitudine.
L’effetto delle patch non si ferma tra le mura ospedaliere. Tornano a casa, a scuola, nei luoghi della vita quotidiana. E lì continuano a lavorare in silenzio. Compagni, amici, adulti fanno domande. Si apre il dialogo. La malattia smette di essere un tabù e diventa una storia raccontabile, umana, comprensibile.
Per i genitori, vedere il proprio figlio indossare con fierezza un simbolo del suo percorso è spesso un momento di grande commozione. Non perché la strada sia finita, ma perché il bambino non si sente più definito solo dalla malattia.

La cura che passa anche dall’identità

L’esperienza dell’Oliver Patch Project ci ricorda una verità fondamentale: curare non significa solo guarire. Significa anche proteggere l’identità, l’autostima, il senso di valore personale.
In un mondo che corre, questa iniziativa si muove lentamente, con ago e filo, colore e attenzione. Ma proprio per questo lascia un segno profondo.
Perché quando un bambino impara che anche una cicatrice può diventare parte della sua forza, sta imparando qualcosa che gli servirà per tutta la vita.





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